
Immagine simbolo di una Sicilia violenta, astutamente spietata e mafiosamente aristocratica, che il grande regista F. Coppola ha sceneggiato e diretto alcuni decenni fà.
Il lungometraggio in commento, poi diventata vera e propria saga familiare, ha proposto, per la prima volta a livello mondiale, il modello di espansione della sicilianità mafiosa emigrata in America nei primi decenni del secolo scorso, il tutto infarcito di sensazioni, sentimenti, sguardi e studiatissime inquadrature da tela ottocentesca, tale che ad un certo punto, nella mente dello spettatore si insinua dapprima un flash, che poi diventa sempre più consistente e diventa vera e propria immigine qualificativa di una mafia buona, caratterizzata, in fondo, da valori saldi e veri quali il rispetto sacro del figlio verso il padre, la voglia di seguire a tutti i costi le orme del padre, l'attaccamento morboso alla famiglia, e, per finire, la voglia di crescere socialmente ed economicamente, AD OGNI COSTO, in una società in cui si è arrivati da straccioni, con i pantaloni bucati ed un cappello di pidocchi come compagno di viaggio.
ASSURDO!
Irreale al punto che sorge dentro ad ognuno di noi l'idea che in fondo siamo tutti così. Nel nostro DNA è insito un gene che ci fà tutti potenzialmente aspiranti figliocci di un PADRINO che non è Marlon Brando.
Le considerazioni fatte non sono frutto di minch..te venute all'improvviso dopo aver visto per la ventitreesima volta il film, ma è esattamente quello che penso ogni volta che rivolgo lo sguardo ai due lati del contendere.
Chi l'ha detto che chi apparentemente si targa di antimafia, è sicuramente una brava persona, onesta, DISINTERESSATA, che ama veramente la sua terra ed il suo popolo; e chi, invece, è ai margini del sistema e vuole crescere socialmente ed economicamente, AD OGNI COSTO, è un delinquente mafioso.
Il film non vale più adesso?